domenica 20 maggio 2018

Yesternight


YESTERNIGHT – The False Awakening
12 Sounds Production
Distribuzione: Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music
Genere: Ambient Rock
Supporto: cd – 2017


Quando mi imbatto in debutti del genere rimango sempre sorpreso, perchè la prova espressa palesa una precoce maturità. I polacchi Yesternight  sono un trio e quando vedo alla batteria il nome di Kamil Kluczyński (Art Of Illusion) allora mi spiego molte cose. Il suo tocco e approccio alla percussione mi richiama lo stile di Gavin Harrison, questo per far capire il livello tecnico ma anche di che musica si tratta. Infatti i Yesternight suonano Rock atmosferico con punte ambient, come hanno saputo fare nel tempo gruppi come Pink Floyd, Opeth, Anathema e Porcupine Tree.
Il trio è completato da Marcin Boddeman alla voce e Bartek Woźniak alla chitarra e tastiere. Dal disco che si intitola “The False Awakening” vengono estratti ben tre singoli, “Solitude”, “My Mind” e “Who You Are”, tutti e tre per la 12 Sounds Production.
Nove le tracce che compongono l’album, ad iniziare dalla breve “The False Awakening” , intro che introduce immediatamente nelle atmosfere nuvolose e soffici del percorso sonoro. Il suono si apre con aggressività all’inizio di “My Mind”, canzone che non sfigurerebbe di certo nella discografia dei Porcupine Tree ultimo periodo. Questa formula oramai rodata funziona sempre perché l’alternanza chitarre distorte e melodie di facile memorizzazione fanno atmosfera, specie se accompagnate da una bella voce come in questo caso, e che non tenta mai di strafare pensando  solamente all’interpretazione emotiva del brano. Non esulano brevi assolo che fanno da ciliegina alla torta. Le atmosfere si fanno più rarefatte con “Who You Are”, altro ritornello penetrante e un refrain nostalgico al punto giusto. “Solitude” è un volo pindarico nel nostro subconscio molto Opeth style. L’assolo di chitarra fa esplodere il brano, quello che genericamente si aspetta da questo genere di musica. Personalmente non mi stancherò mai di ascoltare queste armonie, semplici, dirette e con l’esclusivo scopo di emozionare.
“About You” è un altro percorso Procupine Tree sporcato da una parvenza Grunge, e durante l’ascolto mi ritrovo a ciondolare ad occhi chiusi. Unita da un piano segue “To Be Free”, con chitarra slide e un poco di Anathema, una sorta di psichedelia delicata ed avvolgente.
Con un ritornello ad apertura ampia di voce e volumi segue “Yesternight”, sunto dello stile della band. L’incisione pulita e ben equilibrata facilita l’ascolto anche ad alti volumi. “Lost” non toglie e non aggiunge altro a quanto detto, scorrendo velocemente senza alti ne bassi. Chiude il brano più lungo dell’album con i suoi quasi dodici minuti dal titolo “Just Try!”, praticamente come quando si guardano i fuochi d’artificio, tutto e di più viene sparato alla fine.
Consiglio a Kamil di approfondire questo progetto, sicuramente uno stile che va di moda e che è in ampia crescita. Tante belle emozioni. MS


Art Of Illusion


ART OF ILLUSION – Cold War Of Solipsism
12 Sounds Production
Distribuzione: Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: GT Music
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2018


La Polonia ha saputo muoversi negli anni in ambito Rock Progressivo e dintorni in maniera spigliata e ricca di passione. Non starò qui a citare le centinaia e centinaia di band che hanno comunque lasciato il segno, tuttavia, SBB, Abraxas, Quidam, Millenium, Collage, solo per fare alcuni nomi, non sono cosa da poco. La musica è un mondo ricco di innesti e di ricerche, perché ogni artista ha la propria personalità, e per questo anche la capacità di saper modellare le proprie radici musicali con cui è cresciuto. Il Metal Progressive è un filone di nicchia, perché è un ibrido a cavallo fra il ricercato del Rock Progressivo ed il distorto dell’Heavy Metal, un ibrido che ai puritani del Prog non sempre va giù, ma è un genere in cui le sperimentazioni non mancano e soprattutto la tecnica strumentale (Dream Theater insegnano). In questo mare agitato di innesti spiccano con personalità gli Art Of Illusion, band composta da Filip Wiśniewski (chitarra), Paweł Łapuć (tastiere), Kamil Kluczyński (batteria), Mateusz Wiśniewski (basso), e Marcin Walczak (voce). Si formano nel 2002 e danno alle stampe il loro primo album solamente nel 2014 dal titolo “Round Square of The Triangle”, bene accolto dalla critica e dal pubblico. Dopo il singolo “Devious Savior” del 2017 è la volta dell’album “Cold War Of Solipsism”, composto da sette tracce e accompagnato da una edizione cartonata ed elegante compresa di testi.
Ho citato il Metal Progressive, i Dream Theater, tuttavia nella musica degli Art Of Illusion la band di Petrucci & company centrano poco, a dimostrazione della personalità succitata, invece si possono riscontrare punti di congiunzione con i connazionali Riverside, altra band spartiacque che nel solco tracciato lasciano fans o da una parte o dall’altra dello stesso. Momenti più psichedelici lasciano spazio a voli pindarici di coralità strumentali accompagnate spesso da una buona prova vocale, seppur senza strafare nel raggiungere vette altissime. La batteria di Kamil Kluczyński è una vera scoperta, chirurgicamente pulita, a tratti quasi stilografica, vero motore di questa band sostenuta degnamente anche dalla chitarra di Filip Wiśniewski. Non da meno il lavoro svolto dal resto della band, tuttavia questo è quello che mi salta più all’orecchio. Andare ad analizzare i singoli brani non mi sembra il caso, anche perché vorrei lasciare a voi la sorpresa di imbattervi in sonorità non sempre scontate, però voglio nominare quali sono i momenti che più ho preferito, e sono molteplici, perché la formula canzone è rispettata. La melodia è dunque al centro dell’attenzione, come in “Able To Abide” o l’ottima “Santa Muerte”, più ricercata e dal velo malinconico dettato anche dal piano. Io essendo un amante del Progressive Rock ho goduto soprattutto verso la fine dell’intero lavoro con le due canzoni conclusive, la prima “Cold War Of Solipsism” dal profumo Opeth e con la conclusiva mini suite di dieci minuti dal titolo “King Errant”, ma come ho già detto, il perché dovrete scoprirvelo da soli acquistando questo disco ben prodotto, confezionato, suonato e registrato. Faccio i complimenti alla band che ora attendo in prove ancora più avanzate, perché il Metal Progressive è un mondo musicale di ricerca e comunque gli Art Of Illusion lo sanno. Complimenti. MS


Fabio La Manna


FABIO LA MANNA – Ebe
Via Nocturna
Genere: virtuoso chitarra
Supporto: cd – 2017


Questo del chitarrista torinese Fabio La Manna è un ritorno dopo il buon album “Res Parallela” del 2013. Esso ha mostrato lo stile di La Manna, spesso molto vicino a quello di John Petrucci (Dream Theater), così ho fatto conoscenza di un chitarrista tecnico dalle grandi potenzialità anche compositive.
Non nascondo la curiosità a distanza di cinque anni nel poterlo riascoltare ed ecco allora “Ebe” che viene a colmare questo mio desiderio. Nove canzoni completamente strumentali con l’ospite Andy Monge alla batteria, un viaggio ispirato dai cieli con lo sguardo all’insù nell’attesa di una nuova comunicazione con altri esseri extraterrestri. Forse una utopia, ma soprattutto una speranza, quella di conoscere nuove forme di vita più intelligenti di noi umani che poco sappiamo dare al nostro pianeta, piuttosto siamo più bravi a togliere.
Il disco si apre dunque in un atmosfera rarefatta, impalpabile,”Beings Of Light” è un pezzo che strizza l’occhio alla psichedelia, dove la chitarra di La Manna disegna virtuosismi su scale a tratti difficili ed in altri casi più sostenute.
La title track “Ebe”, brano più lungo dell’album in quasi dieci minuti di durata,  racconta con il suono un momento di quiete, quasi di speranza, quello passato con lo sguardo verso il cielo, come avrebbero annoverato le nostrane Orme. Ancora la chitarra si presta a melodie gradevoli e sentite, il virtuosismo è pacato, non invasivo, l’artista pone priorità alla melodia e lontani sembrano i tempi dei Dream Theater. Un La Manna maturo, concentrato, voglioso di sognare e di comunicare questa oniricità. Sempre presenti i momenti Metal Prog seppur minimi, genere che il chitarrista comunque tende a sviluppare.
Ascoltando “Closer” ci si potrebbe estrare qualche stralcio di Anathema per chi li conoscesse, nel mentre La Manna ispirato dalla voglia di comunicare non soltanto con gli UFO ma soprattutto con il genere umano che oggi sembra rapito da una sorta di ipnosi telematica, sciolina note per un ascolto  fatto ad occhi chiusi, così da poterne meglio assimilare i passaggi. Catartico a seguire “In Love And Silence” ed il titolo la dice tutta. Per chi vi scrive è uno dei pezzi più belli dell’intero album.
Più greve e cadenzato in un mid tempo granitico “Elohim Song”, dove durante l’ascolto fanno capolino anche gli anni ’70.
Percussioni accompagnano “The Little People”, la chitarra suona in maniera ragionata e sentita, per poi giungere agli arpeggi di “The Vanishing Of Enoch”. Questa canzone ha al suo interno l’insieme degli stili, un calderone in cui si può ascoltare il bagaglio culturale dell’artista. Dolce l’apertura di “Starchild”, altro mio momento favorito dell’album, sia per l’incedere che per lo sviluppo del brano. Pizzicate nel mondo del Progressive Rock.
Il disco si chiude con “Luna-2”, spaziale incrocio di stili fra passato e presente, il tutto fatto semplicemente sui manici delle chitarre.
La musica è magia, riesce a farci vedere cose che non ci sono esclusivamente con il suono, La Manna la sta sviluppando con personalità e creatività, un mutamento di pelle che mi ha colpito molto. Tanta la differenza con l’album passato e questo è il sunto di chi è veramente artista, ossia di chi ha voglia di fare ciò che piace al momento a se stesso, poi viene tutto il resto. Quando è così si comunicano grandi cose. Un disco che si fa mangiare in un sol boccone tanto va giù bene. MS

Gianni Venturi/Lucien Moreau


GIANNI VENTURI / LUCIEN MOREAU – Il Vangelo Di Moloch
Autoproduzione
Genere: Elettronica/Progressive
Supporto: cd – 2018
 
Secondo passo per la ciclopica creatura Moloch, formata e concepita da Gianni Venturi (cantante, poeta e pittore) e dallo scrittore musicista Lucien Moreau. Il debutto risale al 2016 con “Moloch”, vero e proprio momento documentaristico fra scorci di società ed avvenimenti, il tutto visionato dal caleidoscopico sguardo di Gianni Venturi. La sua poesia e il modo di vedere il mondo ben si incastona fra le canzoni, a volte stridenti ed in altri casi veri e propri pugni allo stomaco. Venturi dimostra sempre di più di avere controllo e consapevolezza del suo strumento, la voce, passaggio per un concetto da esprimere in questo viaggio composto da ben quattordici tracce. Differenti culture s’intrecciano, molti di voi noteranno richiami agli Area e ciò è inevitabile visto l’approccio vocale ma non soffermatevi alla superfice, c’è di più.
Non vado a nominare nessun brano per lasciare a voi il piacere di scoprire, tuttavia tengo a sottolineare lo sforzo dei due artisti nel voler sfondare il muro di gomma che è la globalizzazione sonora di oggi, l’ovvietà, la spersonalizzazione. Qui c’è voglia di comunicare, di disturbare per raggiungere lo scopo del messaggio, argomentazioni forti come le religioni, andare contro il sistema, analizzare la nostra società ed il suo spesso becero comportamento. Si parla dell’operaio che lavora in fabbrica, di politica (quella corrotta) di futuro, e poi…Quale?
L’elettronica di Moreau dona all’ascolto un loop insistente ed angoscioso, strumento evidenziatore del messaggio Moloch, e suo perfetto viatico.
Interventi di voci femminili (Debora Longini) fanno capolino di tanto in tanto, donando rotondità all’ascolto, così alcuni fiati. Pianoforti malinconici stendono veli leggeri di suono sulle parole che in fase più quieta trattano anche di amore, un amore sudato e sofferto.
“Io credo che gli occhi della terra piangano mare, al grido dei bambini si sciolgono di mare”, il mare sa di sale come le lacrime, e questa è poesia pura, per chi vi scrive un frammento devastante.
Molta oscurità e pessimismo, ma se si va ad analizzare quanto detto nei testi nel riscontro della realtà delle cose, allora non si può fare a meno di annuire e successivamente chiederci anche il perché di questo nostro modo erroneo di essere “umani”.
Un lavoro concettualmente pesante, da prendere con il contagocce ed in uno stato d’animo appropriato, è come leggere un libro, lo si fa quando se ne sente la necessità.
Ora chiedo a voi, cosa volete dalla musica? Se cercate “sole, cuore, amore” o assolo di strumenti epocali, allora abbandonate Moloch, perché qui c’è ben altro. A me invece la musica deve dare, deve colpire, deve restare, non mi interessa se ciò mi giunge da un ritornello facile ma godibilissimo oppure da un frangente di poesia che mi sventra dentro, in entrambi i casi il risultato è raggiunto e ciò si chiama “emozione”.
Se ritenete che questa musica sia “difficile”, non posso darvi torto, ma neppure ragione perché bada al sodo, magari dategli un attento ascolto.
Il mondo è bello perché vario, c’è il momento in cui ci si vuol divertire e il momento per pensare, “Il Vangelo Di Moloch” non è musica da sottofondo, ma musica per pensare. MS
Per contatti:
https://molochthealbum.bandcamp.com/
and on iTunes / Amazon / Spotify or on limited edition CD.
http://www.facebook.com/moloch.thealbum
http://www.studioesma.com/moloch.html

mercoledì 16 maggio 2018

Ancient Veil


ANCIENT VEIL - Rings Of Earthly... Live
Lizard Records
Distribuzione: Black Widow
Genere: Progressive Rock
Supporto: cd – 2018


Parlare di trenta anni di carriera per la band Ancient Veil mi fa un effetto davvero strano. E si, il tempo vola, chiaramente, ma sembra ieri che il new Prog italiano comincia a darsi seriamente da fare dalla metà degli anni ’80. Eppure è così, ma la cosa strana è che ancora oggi stiamo parlando e ristampando vinili di Rock Progressivo italiano anni ’70 (addirittura si comperano in edicola), perseverando su band e lavori che in realtà non sempre hanno convinto, mentre di band come Eris Pluvia Nuova Era, Ezra Winston e molti altre ancora non se ne parla mai, come se non avessero fatto nulla di importante. Il Prog fans per chi vi scrive è davvero un mistero fantasmagorico.
La musica quindi non è una equazione matematica, non sempre ha un risultato che porta bene, tuttavia c’è sempre tempo per correggere e Alessandro Serri  (chitarre, voce e flauto traverso), Edmondo Romano (sax soprano, flauti dritti, clarinetto, low whistle, melodica), Fabio Serri (pianoforte e tastiere), Massimo Palermo (basso), Marco Fuliano (batteria e chitarra acustica) ce la mettono tutta in veste live.
“Rings Of Earthly... Live”, già il titolo richiama "Rings Of Earthly Light" che Serri e Romano hanno composto e prodotto nel 1991 con la band da loro fondata Eris Pluvia, un classico che tutti noi dobbiamo riscoprire, qui dunque in veste nuova e colmo di carica emotiva. Il disco viene registrato durante due concerti realizzati nel 2017 nel bellissimo spazio de “La Claque” di Genova avvenuti il 12 maggio e l’11 novembre del 2017. La copertina a colori pastello come sempre sposa in maniera perfetta la causa musicale contenuta nel live, i dipinti in fronte e all’interno del cd sono ad opera di Francesca Ghizzardi.
Il live si apre con sei brani tratti da “The Ancient Veil” (Mellow Records 1995), oggi nuovamente edito con il titolo “New - The Ancient Veil remastered” (Lizard Records 2018) e subito salta all’orecchio la buona registrazione sonora.  La tecnica sempre più sopraffina dei musicisti è a disposizione della musica e della melodia e non una passerella di inutili virtuosismi. Fiati ed hammond si intrecciano con vigore in un passaggio nel New Prog intrinseco di cambi umorali e di tempo. La sede live dona una luce diversa ai brani, più sentiti ed impreziositi da una personalità accresciutasi nel tempo. Un tepore “Dance Around My Slow Time”, l’anima viene riscaldata con questa ballata di classe grazie soprattutto agli interventi dei fiati e della chitarra elettrica che si esprime in un solo breve ma profondo, buona anche l’interpretazione vocale di Serri. La breve e strumentale “The Dance Of The Elves” è un gioiello Folk, da ascoltare e riascoltare. La seconda parte del disco live tratta l’album ”Rings Of Earthly Light” del 1991 degli Eris Pluvia, nella suite troviamo come ospite Valeria Cauciono, voce originale in “Sell My Feelings”. E a proposito di ospiti, in "In The Rising Mist" ne troviamo di importanti, Fabio Zuffanti e Stefano Marelli, parte dei storici Finisterre e Marco Gnecco all’oboe. A concludere tre brani tratti da “I Am Changing”, ultimo album del 2017 bene accolto da pubblico e critica. La title track in questa nuova veste si esalta e dona maggiore energia, grazie anche al solo di batteria. “If I Only Knew” è una ballata in stile Ancient Veil, mentre il live si conclude con “Bright Autumn Dawn”, perla di musica ed esempio totale di Progressive Rock.
Occasione favolosa per entrare in questo mondo di nuovi classici, che di sicuro nel genere riescono a dare diversi giri ad alcuni troppo valutati album degli anni ’70, non perdetevela! MS

sabato 28 aprile 2018

Visionoir


VISIONOIR – The Wavings Flame Of Oblivion
Autoproduzione
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2017


Dietro al progetto Visionoir si cela il nome del polistrumentista Alessandro Sicur, unico membro e compositore di questo debutto discografico dal titolo “The Wavings Flame Of Oblivion”. L’idea nasce nel 1998 a San Daniele Del Friuli e subito viene registrato un demo tape dal titolo “Through The Inner Gate”. Sicur suona il basso anche nella band Blind Mirror.
L’album è formato da un insieme di generi, l’approccio Progressive risiede proprio in questa volontà di unire più stili, alcuni anche apparentemente incompatibili, per un risultato che l’artista definisce “Progressive Doom”. Qui Synth Space Rock, Metal, Gothic e Post Rock, quindi molta carne al fuoco che va a comporre questo album formato da nove tracce.
“Distant Karma” apre subito con un refrain ipnotico, tastiere in loop su un sound greve ed oscuro dettato soprattutto dalla chitarra elettrica. Uno strumentale che ha dentro molto materiale e gran parte dello stile Visionoir, cambi di tempo annessi. Il suono è pieno e rotondo, così buoni anche gli effetti stereo.
In “The Hollow Men” c’è una voce narrante, quella di T.S. Eliot, altro frangente sonoro che si sostiene sulle chitarre elettriche con tappeto tastieristico di supporto. Effetti sonori arricchiscono l’ascolto, mentre l’atmosfera è di nuovo cupa fra nervosismo e pacatezza. Tastiere aprono “7ven”, classico pezzo Metal Prog come il genere richiede, con fughe strumentali e quant’altro, compreso buon motivo da assimilare con facilità, ossia quello che ti si stampa in mente.
Ezra Pound presta la voce narrante nel brano “The Discouraging Doctrine Of Chances”, canzone più rude nelle chitarre e ancora una volta aleggiano nuvole sopra le nostre teste, quell’oscurità al confine fra luce e buio, il brano ben si presta a far lavorare di fantasia l’ascoltatore. Potere indiscusso della musica.
Una schiarita la si ha con la più dolce “Shadowplay” questa volta più sostenuta dai synth che dalle chitarre, anche se sempre protagoniste nell’incedere del brano. Teatro della voce in “Electro-Choc”, a sorpresa la voce di Antonin Artaud si palesa, quella che fu anche punto di curiosità per cantanti come Demetrio Stratos (Area). Qui Artaud non esperimenta, bensì narra semplicemente, mentre la musica (sempre piena e rotonda con effetti stereo importanti) si staglia ancora una volta su cime oscure e grevi. Lo stile Visionoir avrete oramai memorizzato che è questo. Così “Coldwaves” prosegue il cammino sonoro, con un piano in apertura e poi via nuovamente per scale sonore a tratti cadenzate e in altri momenti più ricercate. In “A Few More Steps” la voce narrante in sottofondo è quella di Dylan Thomas, ma come spesso capita di dire, dulcis in fundo, si perché la canzone finale che potremmo anche definire mini suite (undici minuti), è come un fuoco d’artificio, con tutti i colori, gli stili e le armi che ha a disposizione l’artista. Qui in “Godspeed Radio Galaxy” tutto è sparato addosso all’ascoltatore, da sottolineare che la traccia è una bonus track.
In conclusione “The Wavings Flame Of Oblivion” è un disco piacevole, che probabilmente a tratti manca di assolo importanti, quelli che spezzerebbero l’ascolto in maniera più variegata, tuttavia è scorrevole e ripeto, piacevole.
Alessandro Sicur gioca sulle emozioni e ci riesce, dando all’ascoltatore la sensazione di trovarsi davanti ad un film. MS 

mercoledì 25 aprile 2018

Crystal Palace


CRYSTAL PALACE – Scattered Shards
Progressive Promotion Records
Distribuzione: GT. Music
Genere: New Prog – 2018




Si parla molto di Progressive Rock in senso generico nei canali addetti, soprattutto di quello anni ’70, mentre molto meno si parla del New Prog. E’ vero che questo negli anni ‘80 giunge in maniera più ruffiana rispetto ai padri del genere, ossia che le band si agganciano allo stile Genesis e Pink Floyd in primis, come ad esempio ci hanno insegnato i Marillion, IQ, Pallas  e Pendragon, quindi molto orecchiabile e poco sperimentale, tuttavia bisogna dare merito al genere di aver rialzato la testa. Quindi questo New Prog non vorrei che passasse per genere “minore”, anche perché da esso di capolavori ne sono scaturiti, e non soltanto dalle band che ho citato.
La Germania è sempre stata annosamente attenta al fenomeno, molte le band New Prog anche in tempi molto recenti. Una di queste si chiama Crystal Palace e si forma nel 1994. Subiscono nel tempo numerosi cambi di line up, iniziando con Helmut Hirt (voce), Jürgen Hegner (chitarra), Ralf Jaschob (chitarra) e Jens Uwe Strutz (basso, voce) arrivando oggi con Yenz (voce), Frank Kohler (tastiere), Tom Ronney (batteria) e Nils Conrad (chitarra). Otto gli album in studio, compreso questo nuovo album dal titolo “Scattered Shards” formato da otto brani tutti di media lunga durata. Molto bello e curato l’artwork di Reimar Walter con l’uomo che si destruttura in frammenti fragili come il vetro, immagine forte che raggiunge la nostra coscienza.
Un sound potente, ma con altrettanti momenti eterei e sognanti, punti di riferimento come Marillion, Pendragon e Saga sono evidenti.
Si comincia con un classico giro di tastiere New Prog e voce, come il genere ha insegnato, ospite anche il clarinetto di Tobias Walter nel brano “Inside The Box”. Tanta melodia ed enfasi.
Collegato al brano di apertura giunge “Scattered Shards” con innesti elettronici e frangenti più elettrici, il disco infatti decolla anche fra distorsioni di chitarra e l’ingresso della batteria. Ciò che funziona sono gli assolo di chitarra, sempre dall’ampio respiro e questo è il New Prog classico. Torna un loop elettronico all’inizio di “Inside Your Dreams”, così la voce melodica di Yenz che  accompagna verso un giro di arpeggi alla “Slainte Mhath” dei Marillion. Il crescendo sonoro è una formula rodata che funziona sempre, e nello svolgersi della canzone questo è palesato con successo.
“The Logic Of Fear” è fra i miei momenti preferiti dell’album, più cadenzato, quasi Hard Prog, anche perché sono fermamente convinto che il genere si sostiene soprattutto grazie alla formula canzone che ben si stampa nella mente dell’ascoltatore, anche pronto a cantare con loro.
Lo stile Crystal Palace è dunque ben chiaro e definito, il quartetto si adopera in brevi solo efficaci quanto servono, come in “Craving”, altra canzone in crescendo emotivo e sonoro. Ancora Hard Prog in “Collateral” per poi giungere al brano più lungo dell’album con i suoi otto minuti dal titolo “SICI”. Qui tutte le carte del gioco sono scoperte. Non mancano gli inevitabili deja vu. Il disco si chiude grazie a “Outside The Box”, la storia della fragilità umana esce allo scoperto, il viaggio è concluso.
Buona anche la qualità sonora, con suoni nitidi e ben definiti oltre che equilibrati.
“Scattered Shards” è un disco che si lascia ascoltare tutto di un fiato, come una birra fresca d’estate, assaggiare per credere. MS

martedì 17 aprile 2018

Noxter


NOXTER – The Song Of The Ancient Mariner
Autoproduzione/Soundreef
Genere: Progressive Rock
Supporto: 2 cd -2018


Quando la letteratura si sposa con la musica, l’arte si eleva al quadrato. Capita tuttavia che a volte il tutto diventi molto pretenzioso, e non sempre i risultati vanno a centrare l’obbiettivo. E’ un rischio, se poi si parla anche di debutto, allora si può dire che i musicisti ne hanno di fegato! E qui fanno bene, perché in questo caso i Noxter di Castelfidardo hanno tutte le carte in regola per comporre e suonare con buona tecnica individuale, la grande storia di “The Song Of The Ancient Mariner” di William Wordsworth. Una storia romantica a cui nel tempo hanno attinto altri musicisti del mondo del Rock, come ad esempio gli Iron Maiden. Ma qui siamo in territorio Progressive Rock, quello più moderno.
In una elegante confezione cartonata, il doppio cd si presenta con le illustrazioni di Andrea Giorgetti e la grafica di “Pixel Lab”, Arduino Serpilli, il primo disco è composto da otto tracce, mentre il secondo è suddiviso in sette atti. Il gruppo è formato da Matteo Chiaraluce (voce, chitarra acustica), Cesare Sampaolesi (chitarra elettrica, cori),  Federico Carestia (basso), Caterina Sampaolesi (tastiere, synth, violino), e Andrea Elisei (batteria).
Cosa intendo per Progressive Rock moderno? Semplicemente l’evoluzione naturale che c’è stata dopo le grandiose lezioni degli artisti anni ’70, ossia di Genesis, Gentle Giant etc. etc. Ecco dunque l’unire quel Rock con suoni più moderni, spesso visitati da artisti come Steven Wilson, Opeth e molto altro ancora. Eppure nel loro sound aleggia la semplicità, sin dall’iniziale “The Mariner”, la melodia è importante, per poi andare a scavare nel passato. Breve grattata nel Metal con “Noises In A Swound” per giungere alla splendida “An Albatros”, narrata da Sauro Savelli. Le atmosfere sono eteree, echi, gocce di tastiere che si ripetono a loop per un immagine per la mente. I Noxter si divertono a toccare la musica senza restrizioni mentali, ascoltare “Day After Day” è un salto in un mondo sonoro ibrido, fatto di nenie e giochi vocali, ma quando parte la chitarra il pelo sulla pelle si alza. Se vogliamo estrarre un singolo da questo lavoro direi di farlo con “Alone”, vero stile Prog a cavallo con la psichedelia di matrice Porcupine Tree. Ritornello che si stampa in mente in un istante, questo è anche ciò che deve fare la musica, rimanere. Più ricercata nella ritmica “Seraph Band” che contiene anche un breve assolo di tastiere. Buona anche “The Good Eremith”, anche se come tastiere avrei preferito un enfatico Mellotron, ci sarebbe caduto a fagiolo. Nuovamente le melodie sono importanti, così l’assolo di chitarra. Il primo disco si chiude con un pezzo malinconico, proprio “The Song Of The Ancient Mariner” e qui i Noxter sanno il fatto loro, un mix di ingredienti che mi fanno venire alla mente certi lavori di Clive Nolan (Pendragon, Arena etc. etc.).
Il secondo disco ripercorre il sentiero del primo, ma con la storia narrata, l’interpretazione di Savelli è davvero sentita e profonda, ecco la letteratura che sposa la causa musica. Musica ed immagini.
Questa è la bellezza di questo genere che sempre più trova difficoltà in questi tempi moderni nel farsi ascoltare. In un periodo di mordi e fuggi, l’ascoltare è sempre cosa più rara, quindi onore ai Noxter per darci comunque questa opportunità, questa musica sembra dire “Non morirò mai!”.
Per quello che concerne il mio lato critico nei confronti di questo ottimo lavoro riguarda il cantato in inglese, che molto probabilmente ha bisogno di focalizzare meglio il tiro. Buona comunque l’interpretazione. Per il resto largo ai giovani, che dimostrano di conoscere la storia e di saperla suonare con buona tecnica. Noxter, il vostro nome è nel mio tabellino di marcia, vi terrò d’occhio. MS

domenica 8 aprile 2018

Raoul Moretti


RAOUL MORETTI – Harpness
Autoproduzione - Mondisommersi2017
Genere: Folk/Sperimentale
Supporto: cd – 2016



Può un arpa a pedali avere una tendenza Rock? Se vi siete già incuriositi avete fatto bene, perché in questa recensione andiamo a parlare del secondo lavoro dell’artista italo/svizzero Raoul Moretti.
Diplomato al Conservatorio di Musica“G.Verdi” di Como nel 1999, Moretti collabora con numerose orchestre fra le quali l’Orchestra a Fiati della Svizzera Italiana, l’Orchestra dell’Insubria, Orchestra Sinfonica di Lecco e l’Orchestra Stabile di Como. E’ ideatore anche di progetti musicali come  Vibrarpa con M. Bianchi, (arpa e vibrafono), il progetto Blue Silk con M. Giudici (elettroharp e chitarra elettrica) ed Essential Duo con Tullia Barbera (voce pop e arpa elettroacustic). La voglia di sperimentare giunge sino al suo strumento, quindi come solista intraprende un percorso di ricerca sull’arpa elettrica e l’utilizzo dell’elettronica. Intraprende così un percorso avanguardistico toccando numerosi stili musicali quali l’avant-garde, il pop-rock, la world music, l’elettronica, la nu-dance, la classica e l’improvvisazione. Le date mondiali per i festival internazionali di arpa sono numerose, Francia, Belgio, Croazia, Cina, Paraguay, Cile, Messico, Venezuela, Brasile e Australia. E ancora molto altro. Tuttavia noi in questa sede andiamo a focalizzare questo progetto datato 2016 dal titolo “Harpness”, si presenta in una edizione cartonata ed è composto da diciassette brani  con la collaborazione di personaggi come Michele Bertoni, Erica Scherl & Valerio Corzani, Diego Soddu, Walter  Demuru, Gianluca Porcu e Marco Tuppo.
“Sharpness” apre il disco e la musica si fa immediatamente immagine. Gocce sonore piovono in maniera delicata su un tappeto psichedelico per sfociare nella World Music. La sensazione di benessere e spaziosità è intrinseca dell’ascolto. Violino basso ed arpa nella breve “Das Unheimlich” per un suono che trasporta, inevitabilmente il tutto avviene ad occhi chiusi. Musica che scava dentro, come nella successiva “Mi Alma Viajera”, un racconto fatto di scale semplici, quasi minimaliste, ricercando l’anima di chi ascolta. Gli stili mutano brano dopo brano, “Near Death Experience” inizia quasi come un organo da chiesa tanto da rendere tetra e lugubre l’atmosfera. Loop sonori che aleggiano sopra territori psichedelici si lasciano trasportare anche da eco d’effetto.
E l’ascolto diventa ancora più sperimentale e toccante in “A Kaleidoscoping Mind”, nomen omen. Il rapporto di Raoul con il proprio strumento è fisico, forte ma allo stesso tempo delicato, l’arpa viene toccata in maniera inusuale, fra rispetto e desiderio di pizzicarla forte. Ma quello che interessa a Moretti è il suono che ne scaturisce e questo non è decisamente usuale. Se andiamo a cercare monoliti del Rock potremmo avvicinarlo per tendenza a “Ummagumma” dei Pink Floyd, ascoltate “The Black Swan” per credere.
Torna la calma con “Universi Paralleli” ed il suono è davvero cosmico, lento e senza gravità, come dicevo in precedenza, la musica diventa immagine. Suoni grevi e sostenuti, l’arpa non sembra quasi essere più uno strumento inteso per come è stato creato, ma un mezzo con cui creare situazioni astruse e affascinanti. Ancora suoni eterei in “Obliviousness”, rilassanti e scevri di ogni etichetta. “Reflections” ha una vibrazione silente, ossia che ti entra dentro la testa apparentemente a basso volume, ma che in realtà ti fa vibrare fortemente il cervello. “Breakaway” è un movimento più ritmato e semplice, tanto che potrebbe scaturire anche da un album dei teutonici Kraftwerk. Tutto muta in “Harpness”, nulla è mai lo stesso, l’arpa sembra gridare dolore in “Sharp-Eyed Man”, un giro armonico pregno di sofferenza ed oscurità grazie anche al suono straziante del violino. L’arpa ritorna a fare l’arpa in “Sweetly Violent”, ma è un breve istante per poi passare al suono minimale di “Violently Sweet”, brano in crescendo tanto da diventare infine Post Rock. In alcuni passaggi ho sensazioni che riportano la mia memoria al Fripp dei King Crimson, quello che spesso in sede live riesce a cucire momenti sperimentali al suono dei strumenti. Ricerca è la parola d’ordine. E così via fino a giungere a “Rebirth”, che per chi vi scrive è un piccolo capolavoro e non a caso è anche il brano più lungo dell’album con i suoi quasi otto minuti, ed il tempo sembra fermarsi.
In conclusione “Harpness” è un disco rilassante, scostante, nervoso, calmo, sereno e nuvoloso, il tutto con  un filo conduttore, la mente di chi ascolta, perché ognuno di questi suoni fanno vibrare in noi posti differenti del nostro cervello e si sa che ogni mente non è mai uguale ad un'altra. Per cui se siete curiosi lasciatevi travolgere da questa musica. Osate!
Per chi lo conoscesse il disco è consigliato anche ai sostenitori dello statunitense Rafael Anton Irisarri. MS

domenica 1 aprile 2018

Presentazione ufficiale libro ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013

PRIMA PRESENTAZIONE UFFICIALE:

SABATO 14 APRILE ore 16.30 presso la BIBLIOTECA MULTIMEDIALE "Romualdo Sassi" a FABRIANO (AN) si terrà la presentazione ufficiale del libro di Massimo "Max" Salari: 

ROCK PROGRESSIVO ITALIANO 1980 - 2013
(Arcana)


Grazie a : Biblioteca multimediale "R.Sassi" Fabriano, Comune di Fabriano, RADIO GOLD, FABRIANO PRO MUSICA e ROCK & WORDS

“Il rock progressivo Italiano ha vissuto anni di intenso splendore, soprattutto lungo gli anni Settanta del secolo scorso. Molti i gruppi che ne hanno decretato l’altissimo livello espressivo, come PFM, Banco Del Mutuo Soccorso, Orme, Area. Stranamente, però, tutti gli osservatori e gli storici concordano nel sancirne la fine nel 1980, anno fatidico in cui tutte le spinte di quella meravigliosa stagione sembrerebbero essersi definitivamente sopite. Massimo Salari, invece, ha un’opinione molto diversa, e prova a dimostrare il contrario in questo sontuoso studio, nel quale traccia un percorso che parte proprio dalla fine degli anni Settanta per giungere ai nostri giorni, in una narrazione unica nel panorama musicale italiano”.


Autore:
 MASSIMO "Max" SALARI



Inizia come collezionista di vinili e successivamente di cd, sin dagli otto anni di età.
Ha scritto su riviste musicali come Andromeda di Gianni Della Cioppa, Rock Hard e Flash. Oggi collabora con Flash Forwards e Rock Impressions oltre che avere un blog dal titolo NONSOLO PROGROCK. Ha condotto programmi radiofonici sul Rock a RADIO GOLD (Fabriano).
Realizza conferenze sulla storia del Rock con il progetto ROCK & WORDS ed è socio fondatore di FABRIANO PRO MUSICA.
Assieme alla band storica SKYLINE è per i teatri a narrare e suonare la storia del Rock a partire dal Blues degli anni ’30 ad oggi.

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Pagina web del Libro: https://www.facebook.com/rockprogressivoitaliano19802013/

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Il libro in tre settimane sta ottenendo un grande risultato nazionale ed estero (al momento sesto su bestseller IBS.Libri), qui alcuni dei sostenitori dell'opera: https://www.facebook.com/pg/rockprogressivoitaliano19802013/photos/?tab=album&album_id=1801993246499191

sabato 24 marzo 2018

Blindcat


BLINDCAT – Shock Wave
Andromeda Relix
Distribuzione: GT Music
Genere: Hard Rock / Heavy Metal
Supporto: Cd – 2018
Certo non si può dire che i Blindcat non hanno fatto sul serio sin dall’inizio della loro fondazione. Hanno avuto immediatamente le idee ben chiare, basti pensare che si sono formati nel 2012 e già nel 2013 hanno aperto il concerto a Glann Hughes e suonato nello stesso anno al “Narni Black Festival” con gli Hearth Wind & Fire come headliner! Ma chi sono i Blindcat e cosa suonano?
Provenienti da Taranto sono Gianbattista Recchia (voce), Domenico Gallo (chitarre), Pietro Laneve (basso) e Emanuele Rizzi (batteria) e propongono un Hard Rock dalle profonde radici, avvinghiate ai famigerati anni ’70. Nel marzo del 2014 pubblicano il loro esordio dal titolo “Black Liquid” e la critica sia italiana che estera sembra apprezzare da subito. Oggi ritornano con “Shock Wave”, dieci nuove canzoni impreziosite dall’esperienza acquisita negli anni.
La registrazione sonora è buona, suoni distinti e ben equilibrati.
“One Life” parte a mille, lasciando importanza alla fase melodica supportata da un cantato graffiante e importante. L’Hard Rock funziona proprio così, riff di facile memorizzazione impreziositi da stile e carica agonistica (se così vogliamo denominarla). Lo sanno i primi Van Halen, per esempio. Le chitarre ricoprono il loro bel ruolo importante, scappando di tanto in tanto in scorribande pirotecniche sulla tastiera. Un roboante giro di basso apre “Laughin Devil”, impossibile resistere al ritmo sferzante che lo sostiene, brano che in sede live sicuramente gode di ottima riuscita. La scena americana è di fronte a noi, ci pensa “Stars And Sunset” a dare un attimo di respiro, ma è appunto un attimo. Un respiro che è ossigenato da un cadenzato lento che si alterna a un solo di chitarra al fulmicotone. Hard Rock di classe. “Until The Light Of The Day’ è fra i miei momenti preferiti, perché in esso c’è la storia del genere e quella solarità tipicamente italiana, probabilmente anche il vero lato dei Blindcat, ma questo lo sanno sicuramente e soltanto loro. Tanta vecchia scuola trasuda fra le note, i Blindcat lo palesano brano dopo brano, “The Black Knight” compresa, altra canzone che ho apprezzato oltremodo. Verso la fine degli anni ’70 i Judas Priest percorrevano questi sentieri. Più ricercata “Nothing Is Forever”. Non manca nell’album neppure il momento strumentale, qui con il titolo “Rising Moon”, vetrina per le doti tecniche della chitarra che fa l’occhiolino ai Queen di Brian May. Ed è la volta di “Shockwave” altro tassello vincente dell’album. Segue “What Is Hell” che nell’arpeggio iniziale mi ricordano i migliori Queensryche.
Il disco si conclude con “Son And Daughter”, una folata di energia pulita.
Il disco si lascia apprezzare anche per l’artwork di Enzo Rizzi, con testi interni e foto annessa della band ad opera di Silvia Danese. Un prodotto sincero che sicuramente non passerà inosservato nel tempo, gli amanti dell’Hard Rock sicuramente lo apprezzeranno oltremodo, agli altri dico loro che questa potrebbe essere una ghiotta occasione per approcciarsi a questo stile sonoro senza tempo. MS

In-Side


IN-SIDE - Out-Side
Andromeda Relix
Distribuzione: GT Music
Genere: AOR / Hard Prog Rock
Supporto: cd – 2017




Esistono suoni e stili che sembrano non avere mai alle spalle il fardello del tempo passato, I cosiddetti stili “sempreverdi”, ben distinguibili e cristallini come ad esempio l’AOR, acronimo di album oriented radio. Avrete intuito che questo è il lato più ruffiano dell’Hard Rock, quello più orecchiabile e di facile memorizzazione, tuttavia l’AOR molto spesso si lascia supportare da infiltrazioni di Progressive Rock che lo impreziosisce e lo rende appetibile ad un pubblico ancora più ampio. Eppure fare questo genere musicale, così semplice da descrivere non lo è per chi lo compone e suona. Servono buone intuizioni melodiche, i brani che accalappiano al volo l’attenzione di chi ascolta (ad averla questa magica formula… Saremmo tutti dei geni milionari), miscelati con una buona dote tecnica strumentale e vocale. Quindi esempi di band sono i Toto, Journey, Alan Parson Project, Gotthard, Asia, Europe, Survivor etc etc..
Lo sanno bene i torinesi In-Side capitanati dal tastierista  e compositore Saal Richmond (Salvatore Giacomoantonio). Richmond si coadiuva di artisti come David Grandieri (tasteiere, cori), Beppe Jago Careddu (voce), Abramo De Cillis  e Cloud Benvenuti (chitarre), PJ Philip (basso, cori) e Marzio Francone (batteria). Francone è anche l’ingegnere del suono. Gli In-Side quindi lo sanno e cercano di riproporre l’AOR nel miglior modo possibile.
Due tastiere perché il genere deve essere pomposo e quindi “pompato”, necessariamente il suono ci deve travolgere ed avvinghiare, anche questo è nel bagaglio culturale di In-Side.
Venendo all’album, “Out-Side” è composto da sette canzoni ad iniziare dal breve intro di ruolo qui con il titolo “The Gate”. “The Signs Of Time” racchiude in se tutto quello che deve esserci nell’AOR, annesso assolo di chitarra che ti spettina. E quindi classe, e questa scaturisce  a seguire in “The Running Man”, oppure nella ampia “Block 4 (The Russian Woodpecker)”, con piccole puntate nel mondo Queensryche di “Rage For Order”. L’ascolto in senso generale trasuda di anni ’80 e chi di questo suono gode, qui ha il suo bel da fare.
Graziosa e delicata “I’M Not A Machine” con una interpretazione vocale sentita e degna della linea melodica. Elettronica apre “Break Down”, canzone più ricercata con puntate nel Prog, bello l’annesso assolo di chitarra. L’album si chiude con una semiballata bellissima dal titolo “Lie To Me”, con coralità e un motivo ficcante diretto al cuore. In senso generale aleggia nelle canzoni tanta sensibilità.
Probabilmente se vogliamo ricercare un difetto a questo album che gradevolmente si lascia ascoltare nella sua interezza, è la mancanza di una vera e propria hit, come le band da me succitate da esempio di AOR invece  hanno saputo scrivere negli anni. Ma ho anche sottolineato che avere questa formula magica non è semplice e neppure da tutti. Mi auguro che il progetto In-Side ricopra al più presto anche questo tassello mancante e allora parleremo di una (l’ennesima) realtà italiana seconda a nessuno, perché noi italiani abbiamo solo il bisogno di credere di più in noi stessi e non di cercare sempre fuori un qualcosa di aleatorio. MS


Nirnaeth


NIRNAETH – The Extinction Generation
Autoproduzione
Distribuzione GT Music/ GDC Rock Promotion
Genere: Thrash Metal
Supporto: cd – 2015




I Nirnaeth sono una band di Thrash Metal proveniente dal Bergamasco che si fonda nel 1990 grazie ad un idea di Marco Lippe (batteria, voce, tastiere) e Marco “Grey” Tombini” (chitarre). Il gruppo dopo cambio di line up si stabilizza con Marco Lippe, Danny Nicoli alla chitarra, Luca Algeri al basso e Elena Lippe alla voce.
Negli anni sono molto attivi nella scena live, aprendo concerti per gruppi Metal importanti come Cradle Of Filth, Strana Officina, Extrema, Skanners e moltissimi altri ancora. Prima della realizzazione dell’esordio autoprodotto targato 1998 dal titolo “The Psychedheavyceltale In 8 Movments”, realizzano anche due demo, “Nirnaeth” del 1992 e successivamente nel 1994 “Blind Hate”.
Oggi tardivamente esce questo secondo album “The Extinction Generation” fermo dal 2015 per i suddetti problemi di line up con quattordici brani così suddivisi, i primi dieci sono il vero album comprendente una cover del famoso brano “Blitzkrieg Bop” dei Ramones e i restanti quattro tratti  dal “Very Best Of The Thrash Years (1990 – 2000) Vol.1 Remastered” come bonus tracks.
L’edizione cartonata che accompagna il supporto ottico è elegante, contenete l’artwork di Italo Ghilardi ed i testi delle canzoni oltre che altre spiegazioni ed approfondimenti sull’origine dei brani.
Sin dall’ascolto del primo brano “We Forget To Think” si evince la provenienza dello stile Nirnaeth, dalle origini passate e lontane come quelle della Bay Area Californiana, uno stile che pur essendo datato è come il Jeans, non passa mai di moda. Exodus, Voivod, Testament ed altri ancora fanno capolino di tanto in tanto, mentre un encomio a parte va alla sezione ritmica che dimostra una assortita intesa oltre che una buona tecnica individuale. Quando in un gruppo la batteria ed il basso viaggiano bene all’unisono, la riuscita è garantita. Ci sono anche brani di media lunga durata come i sette minuti e mezzo di “Moby Dick”, questa cantata in italiano. Ottima l’interpretazione che confina il canto con il narrato. Gli assolo di chitarra spezzano l’ascolto rendendo il tutto più fruibile ed il vento sembra schizzarci l’acqua in faccia, mentre Moby Dick viene cacciato. Il ritmo sale con la title track “The Extinction Generation”, un galoppo nell’Hard Rock/Metal come certi Saxon di primo pelo hanno insegnato. Susseguono rasoiate in “Blind Hate”, più cadenzata e sporca. Alquanto gradevole la cover dei Ramones, cantata a più voci assieme ad Elena. Ma non ci sono soste, il  disco si scaglia nella nostra mente come un incudine che si lascia battere il ferro, “The Fatal Blame” è addirittura vicina a certi Iron Maiden. Cadenza e granito con “A Better Revolution” mentre “Mors Tua Vita Mea” è il sunto dello stile Nirnaeth. Altro esempio di ritmica a doppio pedale che trascina il brano lo si ricava dall’ascolto di “The Human Bankrupt”. A chiudere il disco ufficiale c’è “The Root Of Evil”, anche qui i Nirnaeth dimostrano di avere nel dna la storia del Thrash.
Nella parte “Very Best” apre la breve “Ten Years After” con un loop tastieristico d’atmosfera, fatto di eco e sgocciolamenti di note. A seguire “Fatal Blame” tratta dal primo demo del 1992, così “The Root Of Evil”. Il cd si conclude con “Epitaph”,canzone tratta dalla compilation “Il Cielo Visto Dalla Luna” realizzata nel 1992.
I Nirnaeth sono una parte della storia italiana del Thrash Metal, in una schiera di band seconde a nessuno, dove passione, sudore e aggregazione spesso donano frutti importanti. MS