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domenica 14 gennaio 2018

Feronia

FERONIA – Anima Era
Andromeda Relix
Distribuzione: GT Music
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 2017


Per un mio preciso modo di vivere la musica, essa deve essere una confluenza di fattori, ad iniziare dalla storia, ossia avere in se qualcosa del passato, avere personalità che modifichi  in un proprio stile questo passato, un mix di generi (se possibile), buone melodie da ricordare e quindi non soltanto ricerca, ed infine mi deve toccare le corde dell’anima. Troppe cose vero? In effetti non sempre i prodotti musicali riescono ad avere contemporaneamente tutti questi fattori al proprio interno, anche perché ogni ascoltatore ha un gusto personale a se, quindi inevitabilmente difficile accontentare tutti. Eppure anche nel 2017 certe emozioni non mancano e spesso derivano da generi musicali non prettamente popolari, come ad esempio il Progressive Metal.
I Feronia provengono da Torino e miscelano elementi Progressive Rock all’Heavy Metal senza disdegnare ingredienti epici. Sono composti da Elena Lippe (voce), Fabio Rossin (chitarra), Daniele Giorgini (basso) e Fabrizio Signorino (batteria). Si formano nel 2015 e l’intento è quello di riunire nella musica messaggi importanti quali poesia, ecologia, arte, psicologia ricerca spirituale, consapevolezza, politica e molto altro ancora. L’uomo non è al centro di tutto, neppure la donna, piuttosto nel pianeta tutto è incluso. Questa visione a “spirale” o meglio ancora “circolare” delle cose, ispira il nome Feronia, ninfa di origine etrusca (c’è chi dice Dea) che fa parte del pantheon delle Dee Italiche.
Molta carne al fuoco dunque, a partire da “Priestess Of The Ancient New”, prima canzone dell’album. La chitarra alza subito una barriera sonora importante e la voce di Elena ben si staglia nel contesto senza strafare, puntando sull’interpretazione piuttosto che alla fisicità. I più attenti di voi noteranno richiami a band come Queensryche, Nightwish e Rush.
Il sound Feronia tuttavia ha qualcosa di “italico”, i riferimenti si, ma metabolizzati, così lo si può evincere anche all’ascolto di “Atropos”. Il ritmo rimane sostenuto nella successiva “Wounded Healer”, canzone muscolosa contenente un buon assolo di chitarra, seppur di breve durata. Discorso analogo per “Garden Of Sweet Delights”, quasi quattro minuti di lavico metallo con un buon ritornello. Non stonerebbe nel mastodontico “Operation: Mindcrime” dei Queensryche, come non ci stonerebbe “Free Flight”. Più ricercata anche nelle ritmiche “Humanist”, qui i giochi sono differenti, si accorpano differenti caratteristiche del Metal, soprattutto quelle delle band già citate.
C’è anche un frangente maggiormente pacato dal titolo “Innocence”, qui la prestazione vocale è più matura, Elena Lippe gioca in casa. Ancora scintille con “Depths Of Self Delusion”, un alone di oscurità aleggia fra le note, quel velo che dona al brano un fascino in più. “Exile” non aggiunge e non toglie nulla da quanto detto, mentre più giocosa risulta “Thumbs Up!”, altra vetrina per Elena. La ritmica è rodata e oliata a dovere. Il disco si chiude con un pugno allo stomaco per graniticità, “A New Life” sa dove colpire.

Tengo a sottolineare anche un buon artwork di accompagnamento al disco, in versione cartonata e contenente un dettagliato libretto con testi e foto. Un prodotto maturo, professionale e ben registrato. Se vi capita o se lo cercate, dategli un attento ascolto. MS

domenica 5 novembre 2017

Black Hole

BLACK HOLE – Evil In The Dark
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Heavy Doom Metal
Supporto: cd – 2017


Ci sono gruppi musicali che diventano un cult pur non avendo alle spalle vendite eclatanti. Questo accade quando si trattano tematiche e idee musicali non popolari ma di nicchia. Abbiamo avuto in Italia un esempio con i Death SS e anche con i veronesi Black Hole qui in esame. Robert Measles (voce, basso, chitarra, organo, drum machine) ne è il leader storico, sin dai tempi della formazione nel 1981. Dopo tre demo nel lasso di tempo che va dal 1983 al 1984, è la volta dell’esordio dal titolo “Land Of Mystery” (City Records – 1985), disco che ha lasciato il segno nel genere Metal gotico italiano non soltanto nei nostri confini. Dopo altri tre demo, nel 2000 è la volta del loro sunto dal titolo “Living Mask”. E quando meno te lo aspetti, i “narratori del male” ritornano oggi con “Evil In The Dark”, altro disco che raccoglie materiale passato ed inedito, frutto di sessioni dei primi anni ’90 e di nuove idee.
Dodici tracce ed un artwork curato nei particolari, compresi i testi, le narrazioni di Robert Measles, le foto e i dipinti.
Un organo da chiesa apre il disco nel brano dal titolo omonimo e l’oscurità cala improvvisamente, il suono è penalizzante, ma non scalfisce l’atmosfera che il brano va a creare. I Black Hole vivono nell’oscuro e il suono del basso ricopre in esso un ruolo importante, altra controprova la si ha in “Alien Woman”. Fra i frangenti migliori spicca la “Progressiva e strumentale ”Astral World” quasi dieci minuti di musica Doom e Psichedelica supportata dall’organo e da un solo celestiale. Un macigno “X Files”, dedicata a Edgar Froese dei Tangerine Dreams scomparso nel 2005, mentre “X Files II” è in mano alle tastiere e all’elettronica che tuttavia mantengono sempre quel velo di cappa oscura. “Inferi Domine” ancora una volta sfonda con l’organo e l’aria diventa solfurea, specie nel breve cantato. Sanguinante e sgraziata “Dangerous Beings”, mentre la successiva “Nightmare” potrebbe benissimo uscire dalla colonna sonora di un film Horror. Il disco si chiude con la breve “The Final Death”, giusta e degna passarella finale per l’organo.
Il combo sta a sottolineare con questo album quanto sia importante avere personalità e non stare a nessun compromesso sonoro.  Così se si aggiungono le qualità artistiche, si entra nel culto di nicchia a cui mi riferivo in precedenza, e questo rispolverare fuori tracce passate e testimonianze mai edite, fanno per i collezionisti del disco un bocconcino prelibato.
Se la fine dell’universo avesse un suono, questo si potrebbe denominare “Evil In The Dark”.

“Un giorno le anime si incontreranno e il male scomparirà”. MS

domenica 9 luglio 2017

Soul Secret

SOUL SECRET – Babel
Pride & Joy Music
Distribuzione: Come Back Media
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2017


A due anni da “4”, tornano negli scaffali dei dischi e nei store multimediali specializzati i napoletani Soul Secret con il loro pindarico Metal Progressive. Dopo il crescendo qualitativo presentato negli anni a partire dal 2008, “Babel” lascia presagire ulteriore carne al fuoco nei dieci brani che lo compongono. La band è dunque cresciuta non solo agli occhi degli addetti ai lavori e della critica, ma anche in quelli del pubblico, tanto che il disco sarà presentato in anteprima live in Germania al Night Of The Prog Festival” in apertura del concerto di Mike Portnoy. L’interesse attorno al quintetto formato da Claudio Casaburi (basso), Luca Di Gennaro (tastiere), Lino Di Pietrantonio (voce), Antonio Mocerino (batteria) e Antonio Vittozzi (chitarra) è dunque accresciuto ed è in fase di consolidazione.
“Babel” è un concept incentrato su temi importanti quali l’amore e la religione, mentre l’artwork realizzato da Thomas Ewerhard ne è l’involucro davvero intrigante ed esaustivo con testi e foto stagliati in ambienti cosmici.
La prima cosa che si denota all’ascolto è una produzione decisamente buona, il “Prologo” narrato da Mark Manning” lo evidenzia. Alla voce come ospiti troviamo Andy Kowowski nei panni del personaggio Sam, Niabi Manning in Adriel e Dorsey Jackson in LogOS.
I Soul Secret badano molto alla sostanza sin da “What We’re All About”, un Metal Prog interpretato vocalmente in maniera impeccabile su una composizione intramezzata se pur brevemente, da ottimi assolo strumentali e tanta melodia orecchiabile, non solo Dream Theater come si potrebbe ipotizzare. La sezione ritmica si ritrova e si coadiuva che è un piacere mentre le tastiere di Luca Di Gennaro sono il collante fra gli strumenti, non solo tappeto sonoro. La chitarra di Vittozzi è graffiante  quando vuole esserlo, così come delicata, “A Shadow On The Surface” ne è esempio e il tono si alza ulteriormente nella successiva “Will They?”. Frangente pacato suggellato dalle tastiere pianistiche e dalla voce, in “LogOS”, sensazioni ariose in crescendo che fanno da intro a “Awakened By The Light”. Il brano si apre con coralità ricercate e d’effetto per poi lanciarsi in una scorribanda sonora contenente tanto Prog. Qui i Soul Secret giocano in casa.
“Entering The City Of Gods” è una mini suite di dieci minuti, la prima del disco, in quanto la conclusiva “In The Hardest Of Times”  ha la durata di quasi quindici minuti. Ebbene in essa si celano richiami Dream Theater e indagine sonora, fra ritmiche ricercate ed inserimenti elettronici delle tastiere. Tornano i supporti corali e una prova vocale notevole, sopra strutture melodiche solari e gradevoli, specie nell’assolo della chitarra, emozionante e tecnico (chi ha detto Pink Floyd?). Uno dei momenti più belli a parere di chi vi scrive. Un intro oscuro di chitarra classica e piano in stile Opeth, apre “The Cuckoo’s Nest”, brano che poi si articola come i Soul Secret ci hanno abituati sino ad ora, tuttavia più Prog che Metal.
Un dolce piano inizia “Newton’s Law”, quasi un apertura alla Spock’s Beard e Genesis, una canzone che si modella in corso d’opera, fra bacio e schiaffo.
Ed infine la citata suite finale, degno suggello per un album clamoroso per emotività e cura dei particolari.

Vi dico senza il minimo dubbio che se un prodotto del genere fosse stato realizzato da una band straniera, ora molti critici avrebbero gridato al miracolo. Noi italiani siamo davvero bravi con il Metal Prog, gridiamolo con orgoglio ed i Soul Secret sono fra le alte vette, guai perderseli. MS

domenica 11 giugno 2017

Monnalisa

MONNALISA – In Principio
Andromeda Relix
Distribuzione: GT Music
Genere: Hard Prog / Metal Prog
Supporto: cd – 2017


Il sunto fra Hard Rock e Progressive Rock è una scorciatoia per arrivare alle forti emozioni che scaturiscono dalla musica. Il perché è semplice da dire, non necessariamente servono sempre lunghe suite per fare Prog e neppure delle distorsioni estreme per fare dell’Hard Rock  un genere da amare, un equilibrio giusto porta al risultato in breve tempo. Noi in Italia abbiamo diversi rappresentanti sul genere, tuttavia sempre relegato ad un pubblico di nicchia, il quale però dimostra di naufragare dolcemente in quel mare.
Il gruppo veronese Monnalisa si forma alla fine del 2009 con il nome di Monnalisa Smile e dopo cambi di line up, nel 2013 si stabilizza in Monnalisa con i seguenti musicisti: Manuele Pavoni (Basso), Edoardo Pavoni (Batteria), Filippo Romeo (Chitarra) e Giovanni Olivieri (Voce, Tastiera). La musica a cui si ispirano varia dai  Porcupine Tree, Opeth, Rush, Dream Theater ai Queen, Led Zepplin, Deep Purple etc. etc. Si fanno le ossa in sede live e vincono anche il “Tregnago Rock Contest 2015”, premio che permette loro l’anno successivo di aprire il concerto di Pino Scotto.
Il disco è formato da sette tracce, mentre l’accurato artwork è dello stesso Edoardo Pavoni. L’immagine di copertina è affidata a Maddalena Pastore Falghera e la foto interna è di Mario Piemontese. La scelta del cantato è in lingua italiana.
Sin dall’iniziale “Specchio” si denota la cura della formula canzone, l’attenzione per le melodie supportate maestosamente dalle tastiere. Aleggia un profumo di anni ’70 che farà il piacere dei fans di band come Biglietto Per L’Inferno e simili, perché quello che si ascolta in definitiva è Hard Prog. La tecnica dimostrata è buona e mai asfissiante, proprio come già detto per lasciare spazio alle giuste melodie relegate alla formula canzone.

Un giro di basso apre “Il Segreto Dell’Alchimista”, canzone energica e attenta ai passaggi tecnico strumentali che lasciano spazio al cantato vigoroso di Giovanni Olivieri. In questo pezzo si è al limite fra Hard Prog e Metal Prog e si resta incantati dai giri di tastiere per lasciare spazio ad un buon assolo di chitarra. La più breve “Catene Invisibili” mostra la band rodata e difficilmente si resta indifferenti dinanzi al tiro del brano, vi troverete a battere il ritmo a vostra insaputa. Il Prog Rock più vicino al valore del suo termine si approccia in “Infinite Possibilità”, canzone di sette minuti ricca di cambi umorali. Molto gradita dal sottoscritto la strumentale “Oltre”, altra vetrina per le capacità tecniche della band, dove le tastiere ancora una volta accompagnano l’incedere del brano in maniera impeccabile, non nascondo che a tratti mi sono venute in mente le storiche Orme. La chitarra si esibisce in un assolo che di certo non può lasciare indifferenti, mentre la ritmica funziona precisa e senza sbavature. Per i più accorti di voi, noterete il ritmico battito delle mani alla Porcupine Tree. Segue la canzone più lunga dell’album, “Viaggio Di Un Sognatore”, basso iniziale alla Tool e via verso un percorso fra Prog e Metal. Si chiude con “Ricordi”, un brano più sognante, ancora una volta vicino a certi passaggi dei Porcupine Tree per poi passare anche in ambito New Prog, tuttavia la band resta di personalità, e questo è un fatto sia inopinabile che positivo perché dimostra ancora una volta che in Italia abbiamo nuove leve che portano avanti con grande personalità la musica Hard Prog. Complimenti anche all’Andromeda Relix, altra casa discografica molto attenta a questi nuovi fenomeni musicali, ora resta solo a noi saper supportare la nostra buona musica. Bravi Monnalisa. MS

Antonio Giorgio

ANTONIO GIORGIO – Golden Metal: The Quest For The Inner Glory
Andromeda Relix
Distribuzione: GT Music
Genere: Symphonic Power Metal
Supporto: cd – 2017


Antonio Giorgio è un giovane cantante campano, e anche compositore. La passione per il Metal, le tematiche epiche, l’AOR, ed il Progressive Rock, lo portano a concepire un album d’ esordio decisamente ambizioso e dalle forti emozioni. Non spaventi tutto questo insieme di generi, non ne scaturisce un polpettone pesante, bensì un viaggio sonoro denominato dallo stesso artista “Golden Metal”. Giorgio si fa accompagnare in questo lavoro da musicisti provenienti dal modenese con membri delle band Fogalord, Blue Rose e Astral Domine.
L’artwork cartonato e ben realizzato dal grafico e musicista Jahn Carlini dei Great Master, indirizza l’acquirente sulla caratteristica della musica che si va ad approcciare, gli amanti di Virgin Steele,   Kamelot, Angra e Royal Hunt hanno quindi di che godere. La confezione contiene anche un libretto esaustivo nei confronti dei testi scritti da Giorgio stesso e cantati in lingua inglese.
Ci attendono dodici tracce di Symphonic Power Metal raffinato anni ’90 e ’00’ con sprazzi di Prog e molto altro ad iniziare dalla title track “Golden Metal”. Chitarra subito in evidenza ed enfasi già nell’aria, un breve intro per partire immediatamente. Il ritornello ricorda quello di band Metal storiche relegate agli anni ’80 ed è un piacere da cantare a squarciagola. Un arpeggio di chitarra inizia “Lost & Lonely”, inevitabile l’accostamento con i Queensryche più intimisti, grazie anche all’uso della voce di Giorgio. In “The Vision” sono le tastiere dell’organo ad approcciare con maestosità il brano, il quale si articola nel suo procedere in differenti punti del Metal e del sinfonico. Appena quaranta secondi di quiete in un frangente intimo dal titolo “The Calling” che accompagna l’ascolto a “The Voice Of the Prophet Beyond Heaven & Hell ”, per capire che c’è molta carne al fuoco, sicuramente uno dei momenti più alti del disco.
L’Antonio Giorgio più muscoloso esce in “Luminous Demons” anche se la melodia è sempre trattata con rispetto. Si frequentano ambienti sognanti all’inizio di “Keeper Of Truth”, per poi tornare al Metal Gold classico al quale oramai siamo avvezzi. “The Reaper” è un altro dei brani che prediligo, più cadenzato e funereo vista anche la tematica delle liriche, infatti il titolo suggerisce. Segue “Forever We Are One”, e come in un film all’ascolto del brano scorrono nella nostra fantasia immagini fra l’epico e l’onirico. E’ poi la volta della suite “Et In Arcadia Ego” suddivisa in tre momenti. Qui Giorgio mette in mostra tutte le caratteristiche di compositore, relegando l’ascoltatore a spettatore, questo quando la musica dice più di mille parole ed immagini.
Questa lunga cavalcata sonora si chiude con “Alone Again”, canzone tendente alla ballata. Un disco che sicuramente va consigliato a tutti gli amanti di queste tematiche, ma anche a chi per la prima volta si vuole approcciare ad un certo tipo di Metal.
Esiste anche una versione digitale del disco dal nome “Golden Deluxe Edition”, con il cd regolare contenente due bonus track, un intero cd bonus, con ben 12 cover personalizzate di giganti del Metal come Black Sabbath, Queensryche, Dream Theater,Kamelot, Virgin Steele, Bruce Dickinson e Conception ed altre due bonus track scritte da Antonio Giorgio per un totale di 28 brani per quasi 160 minuti!
Che dire, lasciamoci caricare da questa devastante energia! MS


sabato 15 aprile 2017

Force Of Progress

FORCE OF PROGRESS – Calculated Risk
Progressive Promotion Records
Distribuzione: G.T. Music
Genere: Metal Progressive Rock
Supporto: cd – 2017


La Germania in ambito Progressive Rock è una nazione che molto ha dato al genere grazie a band di spessore, a partire dagli anni ’70 al New Prog ’80 sino a giungere nei nostri giorni, con una media qualitativa davvero invidiabile. I punti di riferimento non sono sempre band come King Crimson, Genesis, Yes e via dicendo, abbiamo vissuto e conosciuto ad esempio il Krautrock dove nel calderone risiedono stili differenti come la Psichedelia, l’elettronica, l’improvvisazione ed altro ancora. Tutto questo sin dagli anni ’70. La mia premessa sta a sottolineare il fatto che la Germania ha una sua forte personalità e questa viene fuori anche quando si ha come ispirazione il Prog degli anni ’70, a prescindere dal genere proposto.
E cosa succede quando quattro artisti veterani come Hanspeter Hess (The Healing Road)  (tastiere), Dominik Wimmer (Sweety Chicky Jam) (batteria, tastiere, chitarra), Chris Grundmann (Cynity) (tastiere, chitarra, basso, programming) e Markus Roth (Marquette, Horizontal Ascension) (tastiere, chitarra, basso, programming) uniscono le proprie esperienze? Non può che scaturirne un album strumentale di notevole fattura, qualità e potenza.
“Calculated Risk” è un cammino musicale con percorsi ben marcati, grazie soprattutto a riff potenti anche di origine Power ed Heavy. Il disco suddiviso in nove tracce, non ha al proprio interno suite di sorta, bensì canzoni di media e lunga durata, fino a raggiungere un massimo di otto minuti e mezzo (“The Man Who Played God”) ed un minimo di tre e quaranta secondi (“Calculated Risk”).
Già dall’apertura di “Ticket” si può apprezzare una buona produzione sonora. Le mani corono veloci sul piano che fa contrasto con la potente sezione ritmica e le chitarre distorte, ma è solo un istante, perché il New Prog è dietro l’angolo, ed ecco allora le classiche tastiere alla Clive Nolan (Arena, Pendragon) , IQ o Marillion per intenderci, a prendere  il centro della scena.
Il sound dei Force Of Progress è pieno, rotondo, roboante ed allo stesso tempo elegante.
“Sole Survivor” può infatti far tornare alla mente i fasti di una band come Liquid Tension Experiment, fra tecnica, buona melodia e appunto eleganza. Le tastiere giocano sempre un ruolo importante. Più ricercata “Shapeshifter” in ambito tecnico, anche se non asfissiante come si potrebbe ipotizzare quando si ha a che fare con band di questo settore. Il Programming viene adoperato in maniera potente come in “The Cube”, canzone che si basa su un riff orecchiabile di facile presa.
Per un cambio di ritmo e di stile bisogna giungere a “Lift Me Up, Down By The Seaside”, un inizio Funky per un procedere in ambito con variazioni sul tema, innestando Prog ed Hard Blues. “Halways” riporta il tiro nei canoni dello stile Force Of Progress, una sorta di “schiaffo o bacio” nell’ascolto. D’atmosfera “Lost In Time, Like Tears In Rain”, la più musicale nel senso propositivo, dove immagini e musica si possono intersecare a seconda della nostra sensibilità. La title track è roboante di suoni, a tratti grevi ed oscuri e in altri frangenti maestosi, questo sempre grazie all’uso delle tastiere, in questo caso anche di matrice mellotron. Non manca la voglia di giocare.
Il disco si chiude con una piccola gemma dal titolo “The Man Who Played God”.

Non è facile fare un disco del genere se andiamo a considerare che poi è tutto strumentale, ma l’ho detto all’inizio, quando si incontrano quattro veterani del genere c’è solo che da aspettarsi grandi cose ed emozioni. Buon ascolto. MS

sabato 8 aprile 2017

Dark Ages

DARK AGES – A Closer Look
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2017 


In una società dove il mordi e fuggi regna sovrano, dove il telefonino ci rende connessi solo apparentemente, dove si corre quotidianamente verso non si sa dove, c’è bisogno perlomeno di un momento di riflessione. Questo momento ci viene offerto da una band di Metal Progressive già nota al circuito nazionale, e a numerosi addetti ai lavori: i Dark Ages.
Si formano nel lontano 1982 a Verona, proprio per questo non stiamo parlando di artisti improvvisati, ma di ottimi strumentisti e che hanno alle spalle già tre dischi, “Saturnalia” del 1991, “Teumman” del 2011 e “Teumman Pt.2” del 2013, questi ultimi due sono una vera e propria opera Rock. Gianni Della Cioppa li scrittura nella sua Andromeda Relix, fucina di musica Rock, Metal e Prog.
Nel tempo i Dark Ages subiscono cambi di line up, tra i quali si annovera l’ingresso di Roberto Roverselli alla voce e di Gaetano Celotti al basso, questo proprio a fine 2016. La band si completa con Simone Calciolari (chitarra), Angela Busato (tastiere) e Carlo Busato (batteria).
L’artwork ad opera di Angela Busato e Kraken Promotion è ben confezionato e sostanzioso, accompagnato dalle belle foto di Elisa Catozzi, contenente i testi delle canzoni cantati in lingua inglese.
Ma veniamo alla carne, “A Closer Look” con i suoi otto minuti e mezzo apre il cd come una rasoiata, grazie ad una sezione ritmica rodata e precisa e a un riff mirato sia al corpo che alla mente. Qualcuno già potrebbe aver nominato i Dream Theater, quasi inevitabile quando si tratta di Metal Prog, ma così non è del tutto…Anzi. I Dark Ages dimostrano di conoscere la storia del genere e non solo di averla assimilata, ma anche metabolizzata. La voce di Roverselli infatti non fa il verso a nessun singer di nota, ma si esibisce con la sua naturalezza, non cadendo così nel calderone dei stereotipi. Buono l’apporto delle tastiere sia come tappeto sonoro che come assoli, brevi ed efficaci.
Inevitabili i cambi di ritmo ed umorali, come genere comanda.
“Till The Last Man Stand” si distingue grazie ad un momento centrale con organo e voce, ma è con “Yours” che si comincia a fare seriamente. Il pezzo viene aperto da un arpeggio di chitarra dal profumo New Prog e la struttura del brano nel susseguirsi si alterna fra vigore e melodie. Poi è la volta della mini suite “At The Edge Of Darkness” della durata di dieci minuti e mezzo, qui la band si gioca anche il Jolly, esibendo tutta la tecnica a disposizione, compresa la qualità compositiva.
Un sax, quello dell’ospite “Enrico “Benty Sax”Bentivoglio, apre “Against The Tides” per poi lasciare lo spazio a voce e piano, un momento raccolto e delicato dall’ottima riuscita. Notevoli anche le voci di Claudio Brembati, Ilaria L’Abbate e Tiziano Taffuri, ulteriori ospiti. Il brano potrebbe benissimo risiedere in “In The Electric Castle” degli Ayreon e per chi vi scrive, qui c’è lo sforzo più creativo e piacevole dell’intero album.
Ritorna il suono elettrico con “The Anthem”, questa volta con le tastiere altamente “Prog”. Da sottolineare la grande prova vocale, qui al massimo dell’espressività. Piacevole anche l’assolo del basso e della batteria. Il disco si chiude con “”Fading Through The Sky”, non nascondo che all’ascolto ho avuto reminiscenze Crimson Glory.
“A Closer Look” non è il solito disco Metal Prog, c’è di più, dategli una possibilità e mi direte. MS


Circus Nebula

CIRCUS NEBULA – Circus Nebula
Andromeda Relix
Distribuzione: G.T. Music Distribution
Genere: Heavy Metal
Supporto: cd – 2017



La passione, la perseveranza, la vita per un ideale, il piacere di realizzarlo, la coerenza e… L’amore per la musica. I forlivesi Circus Nebula hanno nel proprio DNA tutti questi ingredienti. Si formano nella prima metà del 1988 e di base sono un trio sempre composto in trenta anni da Alex “The Juggler” Celli (chitarra), Mark “Ash” Bonavita (voce) e Bobby Joker (batteria). Si completano oggi con Michele “Gavo” Gavelli alle tastiere (in comproprietà con la band Blastema) e Frank “Leo” Leone al basso.
Eppure questo “Circus Nebula” è un esordio, tuttavia negli anni si sono sempre dati molto da fare, registrando demo tape e partecipando a compilation in alcuni cd. Il loro non è semplice Heavy Metal, bensì un insieme di influenze che vanno dai Black Sabbath ai primi Pink Floyd, passando per il cinema Horror ed il Rock degli anni ’60 / ’70. Molto attivi in sede live con date anche importanti come l’apertura dei concerti a band come Death SS, Paul Chain e i Dogs D’Amour.
Tutto questo curriculum si mette in vetrina in “Circus Nebula”, disco formato da dodici canzoni o se vogliamo undici, visto che “Hypnos” è un breve intro al percorso sonoro. Roboante l’inizio di “Sex Garden”, granitico sound che mette in mostra il carattere della band. Inutile dire che i riff sono fondamentali per questo tipo di musica e i Circus Nebula lo sanno.
E via con una bella moto con il vento in faccia e musica a palla con “Ectoplasm”, stradaiola e polverosa, degna compagna di un adrenalinico viaggio. E giù chitarre elettriche a profusione, con un ritmo doom e cupo in “Here Came The Medicine Man”, altro lato della band da scoprire. Ci si imbatte anche in semplici Rock’n Roll come nel caso di “Rollin’ Thunder”, allegro e spensierato, anche se ovviamente già sentito in quanto la formula è quella storica nota a tutti.
Si prende fiato con la ballata “Vacuum Dreamer” e non nascondo che per l’interpretazione mi vengono alla mente i nostrani e storici Vanadium (Pino Scotto docet), ma è solo una cosa mia forse non percettibile a tutti. Ariosa nell’apertura finale con il passaggio dall’acustico all’elettrico. Si ritorna al greve, al solfureo e al granitico sound con “Welcome To The Circus Nebula”, ci accolgono così nel loro circo. Aria di Saxon in “2 Loud 4 The Crowd”, il ritmo sale così la profondità dei riff. Questo signori è l’ Heavy Metal! Provate a restare fermi all’ascolto di “Electric Twilight”, non credo sia cosa fattibile, così con “Mr. Pennywise”. “Head-Down” è il classico pezzo che live rende molto, immagino che i Circus Nebula lo portino nella scaletta. Chiude un classico della band, “Spleen” in formula rimasterizzata.

Non servono molte cose e neppure molte parole per descrivere un lavoro del genere, questo stile di vita o lo si ha o non lo si ha, chi vive di questa musica mi ha capito, chi invece non lo ha fatto e magari è curioso di capirlo, ”Circus Nebula” è qui per delucidazioni. MS

giovedì 23 febbraio 2017

Retrospective

RETROSPECTIVE – Re: Search
Progressive Promotion Records
Distribuzione italiana: G.T. Music
Genere: Progressive Metal
Supporto: cd – 2017


La band Retrospective giunge con “Re: Search” al quarto prodotto in studio dopo quasi cinque anni dall’ottimo “Lost In Perception”. Il sestetto rappresenta al meglio la nuova ondata Progressive polacca, molto ricca negli ultimi anni di band valide al riguardo. Fanno parte della scia Riverside, con sonorità rivolta a gruppi come Porcupine Tree e Tool su tutte.
I Retrospective ritornano con le loro atmosfere, e la mutazione da crisalide a farfalla è espletata. Gli anni hanno dato esperienza ed alcuni angoli sono stati smussati a favore di una personalità più rocciosa e la voce di Jakub Rosak è giusta interprete del loro sound. Non dimentichiamo tuttavia che “Lost In Perception” è stato premiato come “Best Polish Progressive Album” nel 2012.
La Progressive Promotion, come sua consuetudine, propone il prodotto in un elegante formato cartonato, con tanto di libretto contenente i testi e l’artwork a cura di Bartlomiej Muselak e Maciej Klimek. La copertina è ad opera di Dimitra Papadimitriou, oramai stile e marchio di riconoscimento della musica della band.
Essendo Metal Progressive (se proprio dobbiamo etichettare questa musica), i riff giocano un ruolo importante, così le melodie che devono fare da traino al percorso sonoro che in “Re: Search” è suddiviso in nove episodi.
Sin dall’iniziale “Rest Another Time” si può godere di una registrazione equilibrata, ulteriore punto in più a favore del prodotto finale. Non ci sono suite, a favore di canzoni di media durata che si aggirano attorno ai cinque minuti o poco meno, questo per l’immediatezza del messaggio emotivo sonoro.
La musica è scorrevole, sostenuta da una ritmica precisa e senza troppi fronzoli. L’immediatezza e la semplicità sembra essere entrata in casa Retrospective.
Compaiono spesso atmosfere oscure o che comunque tendono a far immaginare situazioni dolorose o di disagio. Le tastiere di  Beata Lagoda sono importanti in molti frangenti, come nell’inizio di “Right Way” e fanno scorrere sulla pelle dei fans Dream Theater più di un brivido.
“The End Of Their World”, di cui ne esce anche l’ep nel 2016, è un pezzo che si fa presto apprezzare grazie al ritornello ruffiano e godibile. Tuttavia per chi vi scrive i momenti più interessanti dei Retrospective giungono dai movimenti più introspettivi. Beata canta in “Roller Coaster”, canzone che potrebbe uscire benissimo dalla discografia Porcupine Tree ultima era, questo grazie al lavoro delle tastiere. Più convenzionale “Heaven Is Here” ma nel solo di chitarra, seppur breve, coglie il suo momento di gloria emotiva. Il discorso è leggermente differente per “Look In The Mirror”, sunto musicale-culturale della band, dove mettono a nudo le influenze e le proprie conoscenze. Più immediata “Last Breath”, un macigno sonoro graffiante e rude. E dopo l’ottima “Standby”, il disco si chiude con il brano più lungo (sette minuti) dal titolo “The Wisest Man On Earth”, crescendo psichedelico dal mordente Metallico.

I Retrospective puntano sull’immediatezza, pochi giri di parole e pochi orpelli inutili, tanto che stento molto a relegarli nella fascia “Progressive”, piuttosto mi viene in mente il termine Post Prog. Ma a prescindere dalle terminologie, il prodotto è ben suonato, ben confezionato e ben registrato, e questo è già risultato. MS

venerdì 17 febbraio 2017

Riverside

RIVERSIDE - Shrine Of New Generation Slaves
Metal Alt Prog 
Genere: Metal Prog
Supporto: cd - 2013



Questo fenomeno mi ha sempre affascinato. La Polonia ha da tempo a questa parte regalato ottime band e musica di elevata fattura tecnica, i Riverside oramai li conoscono tutti gli amanti del Metal Prog. 
Si formano nel 2001 grazie a Mariusz Duda, Piotr Grudzinski (il chitarrista muore nel 2015 per arresto cardiaco) e Piotr Kozieradzki, amanti del Progressive Rock e del Metal.
Il fenomeno mi ha affascinato in quanto non a pieno da me metabolizzato. Essendo io, (come i Riverside stessi) amante dei Porcupine Tree, sono abituato ad ascoltare un mix fra Pink Floyd, Radiohead, Metal e King Crimson, un genere che oramai conosco a menadito, nei suoi crescendo e nei mutando. Ecco allora che resto affascinato dal primo lavoro dei Riverside, una band che ha queste prerogative e che dunque promette bene, ma poi? 
Disco dopo disco (seppure sempre belli), i polacchi non decollano, restano li e ti lasciano quella sensazione di incompiuto, quando hai mangiato poco e ti alzi da tavola ancora con la fame. Manca il decollo,corrono ma non si staccano... Non partono. I brani presi uno per uno sono tutti belli, la loro tecnica si è affinata, la band viaggia a livelli professionali altissimi, così la produzione...però alla fine mi viene voglia di ascoltare un disco della band di Wilson. Bel disco dicevo, specie per chi li conosce per la prima volta, ma secondo me devono osare di più, specialmente in fase di assolo e crescendo, le carte in regola ci sono tutte.
Il disco è consigliato agli amanti di Porcupine Tree, Radiohead, Anathema, Opeth, Pink Floyd e Tool. MS

domenica 16 ottobre 2016

Celtic Frost

CELTIC FROST - Into The Pandemonium
Noise Records
Genere: Death – Black Metal
Supporto: 1987 – lp


Amo gettarmi dentro alcune sfide sonore che hanno tracciato un epoca, ma che allo stesso tempo segnano la fine di una band. Gruppi che hanno modificato le coordinate di un genere, in questo caso il Black Metal, con grandi idee non al momento apprezzate dai fans, addirittura tacciando la band di “tradimento” ma che negli anni si scopre vero e proprio punto di riferimento per generi a venire.
La vita dei svizzeri Celtic Frost non è di certo semplice e lineare.
Il trio nasce a Zurigo nel 1984 ed esordisce con un vero e proprio must, quel “Morbid Tales” ancora oggi  molto ricercato anche fra i collezionisti di vinile. Tom Gabriel Fischer (voce, chitarra, logo, artwork, produttore) ne è il leader indiscusso, con il suo cantilenare graffiante e monotono soltanto spezzato di tanto in tanto da quel “Uh!” gutturale che diviene nel tempo loro marchio di fabbrica.
Il trio si completa con Martin Eric Ain (basso, effetti, produttore) e Stephen Priestly  (batteria, percussioni). Il look è quello delle band Metal nordiche, con tanto di face paint, borchie, pelle e catene, non si lascia adito a dubbi su quello che il gruppo può proporre musicalmente. Nel tempo cambia anche il look, verso una sterzata Glam, questo accade con il disco “Cold Lake” nel 1988,  ma già i fans stanno loro girando le spalle da tempo. Ma vediamo il perché.
Ho accennato a “Morbid Tales”, devastante e corrosivo album di Black Metal classico, quello che il 90% delle persone considera “rumore”. Nasce dunque il mito underground, fra i metallari girano le cassette, allora prototipo di nostrano ed odierno “You Tube”. Il passaparola si faceva così, fra amici e a mano. Ebbene in breve tempo i Celtic Frost hanno un buon seguito, “To Mega Therion” (1985) è la conferma ufficiale, un album irriverente, con in copertina un Cristo adoperato dal diavolo come fionda, un album nel suo genere perfetto, nero come la pece. Fra i due lavori c’è un buon ep dal titolo “Emperor's Return” (1985). Ma Tom Gabriel “Warrior” non è una persona che si accontenta di quello che da, vuole fare di più, sfida, cerca, vuole stupire e creare nuovi innesti nella musica. Ecco nascere  “Into The Pandemonium”, un album che va ascoltato e capito nel contesto anno 1987, perché ascoltato oggi può  non indurre a stupore. Invece lo stupore c’è, chi nel 1987 ha miscelato Disco, Death, Black, Doom Metal estremo, drum machine,  sinfonia e lirica assieme? Sono generi completamente distanti l’uno dall’altro ed ecco dunque lo stupore dell’ascoltatore dinanzi ad un risultato quantomeno per i tempi fuorviante. Invece a seguire, moltissimi altri gruppi hanno saccheggiato questo album e fatto di esso una propria carriera. Meravigliosa la copertina gatefuld, un  dettaglio tratto dal Trittico del Giardino delle delizie di Hyeronimus Bosch.
L’album si apre con una cover dei Wall of Voodoo, “Mexican Radio” per poi passare alla malinconica e lamentosa “Mesmerized”, primi (anche se moderati) segni di sperimentazione che di li a poco arriveranno, ma prima la devastante canzone Celtic Frost dal titolo “Inner Sanctum”, un classico. Ed ecco il primo pugno allo stomaco all’ascoltatore, “Tristesses De La Lune”, canzone archi e voce in francese, quella femminile di Manü Moan. Ci pensa “Babylon Fell” a far tirare un sospiro di sollievo al fans Celtic, ma è solo una mera illusione. Si passa ad un Doom lamentoso intervallato da Death classico con “Caress Into Oblivion (Jade Serpent II)” ed a “One In Their Pride (Porthole Mix)”, quest’ultima pezzo dance fatto con la drum machine! Rumori si susseguono con voci codificate e violini dissonanti! Niente più chitarre distorte. Genialità od incoscienza?
I Celtic Frost si fanno perdonare con un classico che sarà anche il singolo di questo album “I Won't Dance (The Elders Orient)” e comunque sempre distante dal modus operandi di “Morbid Tales”. Giunge a questo punto il Metal Doom lirico con accompagnamento di voce femminile di “Rex Irae (Requiem)”, territorio dove band come Therion hanno costruito una carriera. Il clamoroso disco si conclude con corni, orchestra e Doom grazie a “Oriental Masquerade”, ed è veramente il pandemonio!

Questo album personalmente mi ha fatto capire negli anni ’80 che il Metal può essere comunque una strada parallela al Progressive Rock, perché in esso transitano degli artisti che sfidano le regole, forse più dei Progghettari stessi! Personalmente la musica mi deve dare emozione, stupire e far pensare, non mi accontento solo di canzoni da canticchiare, vanno bene anche quelle, ma non ho piacere come l’ ho all’ascolto di dischi epocali come “Into The Pandemonium”, anche se non capiti o di facile assimilazione. MS

martedì 4 ottobre 2016

Savatage

SAVATAGE – Edge Of Thorns
Atlantic
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 1993


17 ottobre 1993,  in seguito ad un incidente stradale muore il chitarrista Christopher Michael Oliva, detto Criss. La sua presenza terrena ha lasciato un segno indelebile, soprattutto nello stile chitarristico, paragonato a quello dell’altrettanto grande  Randy Rhoads (Quiet Riot, Ozzy Osbourne). Con il fratello Jon in Florida forma una delle band più interessanti in ambito metal, a cavallo fra Power, Sinfonico e Prog, una band che ha rilasciato negli anni notevoli capolavori come “ Hall Of The Mountain King”, “Gutter Ballet” e “Streets: A Rock Opera”, ma per qualche arcano motivo non si ha mai avuto la soddisfazione di collocarli fra i grandi di tutti i tempi. Una band sfortunata sotto molteplici punti di vista, ed  uno stile unico e ben riconducibile. Probabilmente l’intelligenza compositiva non riesce a convincere molteplici fans del genere, non ci dimentichiamo che i dischi fuoriescono in un contesto quantomeno particolare, quello dove il Metal Prog  (a parte qualche nome ancora acerbo come Dream Theater e Queensryche), in quel periodo non è ancora ben sviluppato. Le tastiere nel Metal…per carità! Gli esordi  partono dal lontano 1975 e ovviamente  non hanno ancora la spina dorsale che avrà negli anni ’80 e ’90.
“Edge Of Thorns” è l’ottavo album in studio, diciamo di metà carriera, è l’album dove il cantante Jon si fa temporaneamente da parte per dedicarsi completamente alle tastiere. Il ruolo verrà ricoperto dal giovane talentuoso  Zak Stevens.
L’artwork di “Edge Of Thorns” è affascinante, curato nei particolari, così come è curata la musica in maniera quasi maniacale. Canzoni senza sbavature, dotate di tecnica e buon gusto per la melodia, soprattutto nelle ballate come “All That I Bleed” e “Sleep”. Capolavoro assoluto la title track che apre l’album, il piano di Jon scandisce il tempo come un orologio. Il brano ha tutte le caratteristiche della perfezione compositiva, dal ritornello ai riff per non parlare del solo, dove la chitarra di Criss sembra dare scariche elettriche. Si ha sempre l’impressione che il musicista non riesca mai a staccare le mani dallo strumento.
Non disdegnano passaggi oscuri e malinconici, i Savatage su questo ci hanno abituato anche con altri dischi. “He Carves His Stone” e “Follow Me” sono esempi di come si intende il Metal di classe. Punti qualitativi difficilmente raggiunti da altri gruppi. Ma qui tutto funziona a dovere, l’album scorre velocemente fra energia e  melodia.
Da bravo collezionista del vinile mi sono anche cercato il doppio lp contenente le bonus tracks acustiche “All That I Bleed” e “If I Go Away”. Il doppio vinile all’interno oltre che ai testi, contiene tutta la storia dei brani, un libro vero e proprio, una chicca da non perdere in quanto anche il suono ci guadagna, assumendo una rotondità differente rispetto alla versione del cd. Suono più caldo e profondo.
I Savatage successivamente rilasceranno altri piccoli gioielli, ma questo avevo voglia di metterlo nuovamente in luce, perché la vita non è sempre giusta, ci sono dischi che probabilmente escono in un momento sbagliato e noi allora gli rendiamo giustizia. MS


« Ha vissuto per quella chitarra. Quando andavo a casa sua a trovarlo non importava cosa stava facendo, telefonando, mangiando, Criss aveva sempre una chitarra in mano».
(Il padre di Criss Oliva)
(Fonte: Wikipedia)

sabato 30 luglio 2016

Power Of Omens

POWER OF OMENS – Eyes Of The Oracle
Elevate Records
Genere: Metal Progressive
Supporto: cd – 1998


Nel mondo della musica esistono storie a cui spesso non si riesce a dare una spiegazione. Fenomeni popolari che non hanno la valenza del successo ottenuto, e band che stupiscono per qualità, tecnica e songwriting che spariscono in un istante. La storia degli americani Power Of Omens va a collocarsi nel secondo caso, un esordio importante, una conferma e …la sparizione.
Se andiamo ad analizzare l’album “Eyes Of The Oracle”, facciamolo nel contesto in cui è scaturito, ossia nel 1998, ragioniamo quindi nell’ottica di quando il Metal Prog ha già conosciuto da molto tempo fenomeni come Queensryche, Dream Theater, Fates Warning, Savatage etc. La band non ha difficoltà a muoversi nell’ambito in quanto agisce in una strada già spianata, dove un vasto pubblico aspetta con ardore e famelicità nuove realizzazioni in tema. I fans delle band succitate sono attenti ed esigenti, il genere stesso lo necessita, grande tecnica, ottima voce e buone canzoni sono da rispettare, e gli ingredienti in questo esordio ci sono tutti. Per questo lo split è ingiustificabile ed inspiegabile. Voce alla Geoff Tate (Queensryche) e songs in stile Fates Warning di “Parallels”. Pazzesco!
Il quartetto di San Antonio (Texas) si forma nel 1994 e realizza due demo, il primo nel 1996 formato da dieci canzoni ed il secondo nel 1997 composto da cinque. Grazie a loro riescono a chiudere un contratto con la Elevate Records, casa discografica attentissima ai fenomeni Metal Prog.
Il risultato ufficiale “Eyes Of The Oracle”, è composto da nove canzoni fra le quali una lunga suite di venti minuti dal titolo “Test Of Wills”, per una lunga durata di settantadue minuti! Il gruppo è formato da Chris Salinas (voce), David Gallegos (chitarra), Matt Williamson (basso) e Alex Arllano (batteria).
Immancabile l’intro qui dal titolo “Inner Voices” che conduce a “Alone I Stand”, canzone che mostra immantinente le caratteristiche della band, controtempi, ritmi spezzati e un basso suonato in maniera spettacolare, chitarra (anche acustica) presente e tecnica per non parlare della voce che vola alta a seconda delle esigenze. Si intuisce subito che non sono una band comune…eppure…
Non serve fare lo spelling alle canzoni, perché sono facilmente intuibili già da quanto vi ho descritto, tuttavia una menzione a parte va alla conclusiva “Tears Of The Wind”, ballata acustica e strumentale non scontata.
Nel 2002 è la volta di un altro gioiellino, “Rooms Of Anguish”, poi il nulla. Peccato e  li annovererò per sempre fra i casi mai risolti di questo immenso mondo sonoro chiamato Metal Prog. Pubblico…avete in seguito dato successo a band clone di Dream Theater e a gruppi non eccelsi in confronto ai Power Of Omens, ma perché? Se qualcuno sa, che mi spieghi. MS



lunedì 20 giugno 2016

Alchemy

ALCHEMY – Never Too Late
Street Symphonies Records / Atomic Stuff
Distribuzione: Andromeda
Genere: Hard Rock /AOR
Supporto: cd – 2016


Se c’è un genere musicale che non ha tempo è l’Hard Rock. Esso si è sviluppato nella fine degli anni ‘60 in piccoli rami (Hard Prog e Hard Psichedelico per dare due esempi), ma in sostanza si è sempre mantenuto su certi canoni. Le caratteristiche sono note, dinamiche di chitarra con riff potenti e melodie spesso di facile memorizzazione. L’uso delle tastiere subentra a pieno regime con la spinta Deep Purple, Hammond su tutte, ma in genere servono da supporto per mantenere ampie o epiche le arie dei brani. Ecco sfociare a volte nell’AOR o nel Progressive, come si dice, tutto fa brodo. Ed il genere in questione è per questo ammaliante, spesso di compagnia, specie in lunghi viaggi con l’auto.
I bresciani Alchemy si presentano a noi dopo l’ep di esordio “Rise Again” datato 2013 con “Never Too Late”.  Non è mai troppo tardi suggerisce il titolo, infatti il quintetto composto oggi da Marcello Spera (voce), Cristiano Stefana (chitarra), Matteo Castelli (basso), Andrew Trabelsi (tastiere) e Luca Cortesi (batteria) propone nell’album una serie di canzoni composte in dieci anni di nottate passate assieme.
Nove tracce cantate egregiamente da Marcello Spera che raccontano altrettante storie, ma che si fanno apprezzare per freschezza. Quando una band si diverte a fare ciò in cui crede, il risultato è quantomeno contagioso, all’ascolto si prova divertimento. Un brano che mi resta particolarmente in mente e nel cuore è proprio la title track, dalla quale colgo spunti Queensryche prima maniera, ma non si scimmiotta nulla, piuttosto si colgono le prerogative che hanno fatto grande  a seguire il Metal Prog.
Energia positiva in “Diablo” che giunge dopo l’intro “The Place Men Call Hell”, chitarre affilate come lame e  ritmiche rodate e funzionali. Altro frangente spettacolare si intitola “Blessed Path”, una sorta di schiaffo e bacio, formula inflazionata ma sempre perfettamente funzionale. La voce sale in cattedra.
Si torna a sbattere il capoccione a ritmo in “End Of The Line” e ancora energia a profusione con “Get Out”, l’Hard Rock è gioviale e fa sudare come si deve, quelle belle sudate salutari. L’album si chiude con i dieci minuti di “My Way Home” e come non mettere la frase inflazionata “dulcis in fundo”? Tutti gli ingredienti al posto giusto, dall’AOR all’Hard Rock e il Prog. Bravi Alchemy!

Dimenticavo la cosa più importante (mannaggia all’età) questi ragazzi sanno suonare davvero, ma davvero, davvero! MS